
Disordine
La storia di G. che possedeva l’arte del disordine e che poi ha scoperto in esso l’arte di rinascere. (G. ha chiesto l’anonimato).
La mia casa era un caos prima di iniziare a prendermi cura di me”, racconta G. “mi vergognavo ad invitare le persone, e quando ero costretta, ero estremamente imbarazzata del loro istintivo slancio a raccogliere gli oggetti in terra per non calpestarli. ‘nooo no non ti preoccupare! Lascia poi ci penso io, rilassati perfavore’ e mi sbrigavo a spingere con il piede gli oggetti ai margini della stanza. Talvolta preferivo che non venisse nessuno, almeno non mi sentivo così a disagio.
Il bagno con la cesta per la biancheria, sormontava la soglia del lavandino di un metro e quando sapevo che l’ospite avrebbe potuto utilizzare il bagno, coprivo elegantemente la montagna con un asciugamano o un lenzuolo; colpivo a calci i fianchi rigonfi della sacca e spruzzavo del deodorante.
L’odore di sporco che si sentiva entrando, era ormai naturale, ma se capitava di assentarmi per un paio di giorni, al rientro mi colpiva allo stomaco e allora spruzzavo deodorante. Quando dopo un mese e più, decidevo di togliere le macchie evidenti sul pavimento, prendevo una pezzetta e una per una, le strofinavo, ma lavare per terra per carità, troppo impegnativo; avrei dovuto prima fare ordine e per farlo avrei dovuto averne cognizione e voglia e trovare il tempo e svegliare la mia volontà di reagire a quello schifo.
Non ricordo il giorno che decisi di iniziare a prendermi cura della mia casa, ma ricordo che avvenne dopo che decisi che la mia vita aveva sicuramente un altro significato oltre quella penosa sopravvivenza quotidiana, in cui mi sembrava di non riuscire mai ad avere il tempo di fare tutto quello che dovevo, perché mi mancava il tempo. Ti assicuro non era questo, perchè portati i bambini a scuola, non avevo nessun altro impegno, quindi non era il tempo che mi mancava, ma la percezione di me nel tempo, la percezione della mia esistenza, spazio- tempo-esistenza.
Ricordo l’angoscia che provavo quando dopo un caffè al bar e le chiacchere con le altre mamme, dovevo tornare in quel luogo, triste e squallido, casa. Dopo aver girato la chiave entravo e l’odore a cui prima ero assuefatta, iniziava a disgustarmi, mi lasciavo cadere sul divano puzzolente, e rimanevo a rimuginare su quanto fossi stanca e mi sentissi senza forse, e quanto era bello quel divano appena comprato, e quanto sognavo un tempo…ma quale tempo? Il tempo aveva una proprietà inquietante per me, il dovere di viverlo. Poi arrivava l’ora di preparare quel misero pasto a base di quello che c’era nel frigo, senza alcun interesse al gusto, al profumo, ma solo un atto obbligato di porlo sulla tavola e ingoiare. Non era importante cosa mangiavo, tanto anche solo un pezzo di pane mi faceva gonfiare come un pesce palla.
Lavarsi a pezzi, termine consueto, di quell’azione faticosa di doversi denudare del pigiama e prepararsi ad un’altra giornata banale. Che mi fregava di pulire casa, mi sentivo poco più di un’ameba grassottella e apatica. Pensavo, forse è il mio destino, anzi mi sa che il distino neanche esiste, la vita è solo una rottura di palle.
Ma poi.
Fu quella sera, era estate, eravamo in terrazzo, una pizza con due amici, si parla, si scende lentamente a discorsi su qualcosa che abbiamo e che non sappiamo di avere, una parte interiore che ci urla di ascoltarla. Ma di che parlano questi…la conversazione si fa più filosofica, inconscio, voce interiore, volontà, pensiero positivo, mah siii figurati, ho fatto yoga , ti rilassi sì ma poi, tutto rimane come prima.
Volete una birra? La vado a prendere, mi affatica quella conversazione, loro continuano…
Poi mi chiedono: e tu? Non dici nulla? Parlaci di te? Come ti senti?
Iiiio?! E io che centro?! Mi stimolano a dire quello che penso senza pensarci troppo…
Tentenno, ma no, lasciate stare, poi…
Ok, io faccio una vita di merda, non sono felice, pensa che giorni fa guidavo in macchina con i bambini e ho pensato che sarebbe successo se avessi sterzato verso la cunetta. Sembrava anche molto facile da fare.
Silenzio.
Sorseggio una coca e le parole appena dette, risuonano e risuonano…miiinkia quella voce interiore eccola ! “Cosa cazzo hai detto! Ma sei scema ?!”
Ma nooo era solo un pensiero dai non fate quella faccia!
Porca miseria ma sei scema, che cazzo dici! Esordisce mio marito. Lo guardo, è rimasto senza parole, non che ne abbia molte di solito, ma l’ho impaurito, fottiti penso. Allora ti sei accorto che esisto oltre quando…ti servo…
Invece gli amici, sembrano soddisfatti che io abbia parlato, dicono ‘finalmente ti apri’.
Ragazzi si è fatto tardi, vado a dormire, domani mattina si ricomincia, sveglia presto che devo portare i bambini a scuola.
Oggi alla luce di tutto, ti dico, figuriamoci se il disordine è un problema esterno a noi, nooo! Assolutamente no! È uno specchio, un monito, un campanello di allarme, un promemoria a riprenderci la vita in mano, oggi lo so, lo capisco profondamente. Capisco profondamente chi non riesce a curare la sua casa né se stesso. È sempre una trasposizione di noi stessi al di fuori, una contraddizione con i nostri desideri.
Non è una banalità, bisognerebbe ascoltare molto chi è tanto disordinato.
Lo ricordo bene, è una esternazione di disagio così profondo che forse esplode fuori di te perché tu non esploda dentro. A anche se qualcuno te lo dice e poi tu lo vedi, non sai da dove iniziare a fare ordine, magari inizi e poi ti sembra troppo faticoso e complesso e lasci così, scivolare tutto.
Ma poi accade qualcosa e reagisci. A questo proposito, mi viene una immagine, giorni fa dovevo fare un rammendo ma non c’era verso di trovare la cima del filo nel rocchetto di bassa qualità. Ogni tentativo, stringeva ancora di più la morsa sugli strati di filo, come un cappio. Allora, ho preso le forbici ed ho tagliato nel mucchio di filo, ho strofinato sui lembi, ho preso una cima che spuntava, era troppo corta, ne ho presa un’altra, era corta pure quella. Ne ho prese altre, finché ne ho trovata una idonea alla mia riparazione.
Ecco, ho fatto così con la mia vita.
Ho tagliato un giorno a caso e da lì ho ricominciato a vivere. Ho interrotto gli schemi ripetitivi, ho iniziato a frequentare un gruppo e poi a dire di si a me stessa, prima di imparare a dire no agli altri.
Ci tengo ad affermare questo, perché tante volte ho sentito dire che il trucco sta nell’imparare a dire dei sani NO, ma come fai a dire no agli altri, se prima non impari a dire SI a te stesso?
Ecco, imparai a dirmi Si, sapevo esattamente cosa non volevo, ed iniziai a lavorare su cosa volevo e coltivai il dialogo interno, ah sì, divenne un pozzo di risposte e soluzioni.
Che dire di più? Nulla, spero che quello che ti ho raccontato possa aiutare qualcuno a riemergere da quel luogo caotico e allo stesso tempo, pieno di solitudine che è il proprio disordine interiore.
Io per iniziare, mi dedicai all’arte, al giardinaggio, al cucinare, e anche all’ordine! Mi viene da sorridere…mi stupii, di quanto ero diventata efficiente e veloce; la casa rinacque insieme a me…che bello poterlo dire.
Mi dedicai anche alle relazioni sociali, ma non solo parlando, mi dedicai molto ad ascoltare gli altri. Ascoltare… che scuola, quanto si impara ad ascoltare non lo ricordavo più, eppure era l’unica cosa che sapevo fare al liceo, pensa che nelle ore di laboratorio al mio banco, lo sgabello affianco al mio si riempiva spesso di quei compagni che anche se non mi consideravano per condividere le dinamiche di classe, si sentivano però spinti a venire da me a raccontarmi i loro problemi. Ricevevano risposte senza fare domande, “Non so perché ma anche se stai zitta, quanto ti racconto le cose tu mi guardi e quando me ne vado, mi sento meglio e riseco pure a risolvere il problema. Come fai non lo so, ma che fico. Certe volte mi guardi così fisso che mi dai fastidio, perché boh, è come se mi guardi dentro. Poi però mi sento meglio. Grazie miciò”. Io continuavo il mio silenzioso ascolto e dipingevo.
Ecco, un ricordo parla da sé, si nell’arte ero ribelle è da lì che sono ripartita credo; là dove tutto doveva essere accademicamente tiepido ed etereo, leggero acquerello su costosissima carta di puro cotone, gesti ripetitivi intorno a fantasmi di colore. Finché decisi che io, non ero acquerello!
Iniziai a sprigionare gradazioni di cariche e infuocate tempere su pannelli grandi come le pareti dell’aula. Vissi con orgoglio infinito il rimprovero del mio professore, che entrando dalla porta si trovò difronte al mio quadro: “G.! Tu mi violenti gli occhi! Che orrore” ma che soddisfazione ribellarmi all’uniformazione!!!
Grazie, mi è piaciuto molto raccontarmi, sai mi sono data altre risposte, si, mi piace.
Dai poi se mi viene in mente qualcos’altro te lo scrivo, o magari se ti viene qualche domanda fammela tu, ok? Ciao ciao”
NOTA: inviato a pubblicazione senza correzioni al testo originale
Riflessioni
Interessante l’Etimologia correlata a Disordine
Disordine: comp. Della partic. DIS, che indica separazione, allontanamento, negazione, e ORDINE. Perturbamento e guastamento d’ordine di cosa ben ordinata; metaf. Cosa che altri faccia fuor del consueto vivere regolato, o fuor della legge.
Deriv. Disordinamento; Disordinare [che nell’uso dicesi anche per Revocare l’ordine dato]; Disordinato, onde Disordinatamente.
Disordinatamente, il dizionario rimanda a Scapestrare:
da CAPESTRO nel senso di briglia, preceduto da s=lat. DIS- o EX- che danno il concetto di remozione, separazione.
Sciogliere il capestro; fig. Liberarsi da qualunque impaccio: onde Petrarca disse: poiché l’alma dal cor non si scapestra. (Son. 65).
Vivere senza freni, disordinatamente. Deriv. Scapestrato=Sbrigliato, Sfrenato, Licenzioso; e detto di cose Disordinato, Scompigliato.
Considerazioni
Utilizzare l’osservazione fa acquisire consapevolezza.
Nessuno compie atti senza senso, quindi, anche il disordine ne ha uno, basta imparare ad ascoltarlo e scoprirne il massaggio in codice di cui è depositario.
Esercitarsi a vedere il disordine come una bacheca con tanti post-it, dei promemoria di cose da fare, di cui abbiamo più o meno coscienza, che ci impegnano o ci angosciano, possibilità di apprendimento ed autoconoscenza.
Le parole non sono mai a caso, posseggono un retaggio culturale, nel quale costruiamo la nostra forma mentale e sulle quali giochiamo relazioni private e sociali. L’etimologia ci spiega molto del significato intrinseco di qualcosa che in noi, non si estrinseca.
Alla prossima storia
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