
La pandemia Covid-19 ha messo sotto pressione l’equilibrio mentale di ciascuno di noi, contagiato o meno dal virus. Sicuramente è affaticato chi resta in prima linea negli ospedali e sostiene carichi emotivi intollerabili. Ma sono a rischio di sviluppare un disturbo da stress anche quanti sono usciti dalla malattia dopo un decorso difficile, quanti hanno visto mancare all’improvviso colleghi, amici o parenti, quanti sentono minacciato il lavoro.
Sotto il peso di una minaccia, infatti, reagiamo iperattivando gli abituali meccanismi di risposta: chi lavora moltissimo, chi si rifugia, al contrario, nella “tana”, chi cerca con tutto sé stesso di distrarsi. Sono altrettante strategie per controllare l’incontrollabile, adeguate alla situazione.
Ma, attraversata una prima fase collettiva di reazione al pericolo, che ha fatto sentire uniti nella distanza, è augurabile che ognuno cerchi un modo individuale per elaborare quanto ha vissuto.
Chi fatica a entrare in questa seconda fase esprime il suo disagio con sintomi variegati, ma piuttosto tipici: l’incapacità a parlare di quanto si è vissuto, il lutto o la paura di non farcela a ripartire; oppure disturbi organici: mal di pancia, mal di testa, vuoti di memoria, perdita di appetito o bulimia, ipersonnia o insonnia.
In questi casi, è importante contattare in tempi rapidi uno specialista per riceverne un aiuto adeguato.
Attendere può, purtroppo, peggiorare i sintomi. Una soluzione intelligente è l’utilizzo del Key Method for burnout.
Ne parleremo ancora….
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